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08/03/2011

In...giustizia fai da te

Cosa succede quando si è tentati di surrogare lo Stato che non c’è?
Continuano a imperversare tristi fatti di cronaca, urlati dai media per la loro efferatezza o per il numero di vittime che si contano. Ma perché succedono? E come mai si ripetono massimamente in certe regioni del Sud? Nessuna risposta può essere effettivamente sensata. Solo tanto clamore, il levarsi di scandalizzati strepitii e le solite qualunquistiche opinioni; poi tutto torna nel solito – colpevole – silenzio di sempre, in attesa che ci sia qualche altro delitto a far riempire le pagine dei giornali.
Cosa succede, in realtà, prima dei crimini? Come monta la rabbia feroce che arma degli uomini normali come tutti noi e li induce a uccidere altri loro simili e diventare assassini? C’è davvero chi pensa che in certi posti si debba nascere per forza assassini? Quante domande e così poche risposte da parte di quegli stessi organi di comunicazione che si animano solo dopo, a fatti compiuti, per far cassetta e vendere più copie!
Allora, è forte l’impulso si provare a scrivere qualcosa noi, se non altro per vicinanza (per provenienza) ai luoghi incriminati e, soprattutto, per conoscenza delle persone che ci vivono (e ci muoiono).
Proviamo a trasporci, per una volta, in un’altra persona, una persona comune, anzi modesta, a capo di una famiglia, magari  contadina, che vive del suo duro e quotidiano lavoro nei campi e ha come unica risorsa la propria terra. Vicino a “noi” vive una persona, o addirittura una intera famiglia, forse anch’essa contadino, ma che non vive della propria terra. Una cosa la distingue da “noi”: non si accontenta di quel che ha e comincia a rivendicare una parte del frutto del nostro lavoro, e perfino della “nostra” terra.“Noi” non siamo intenzionati a cederla perché “ci” appartiene, da essa traiamo sostentamento, con essa e per essa viviamo chissà da quante generazioni. Il Diritto, il vivere civile e la Legge “ci” danno ragione, i vicini, purtroppo, no e così scatta una questione privata. Iniziano i primi dispetti, troviamo i “nostri” animali avvelenati, i campi appena seminati rivoltati e danneggiati, le linee di recinzione divelte o spostate e così via. Per mesi, poi per anni siamo costretti a subire soprusi di ogni genere, ripetutamente veniamo minacciati; qualche nostro familiare viene perfino malmenato. “Ci” rivolgiamo alle Autorità e loro, in tutta risposta, che fanno? “Ci” trattano con sufficienza dandoci ad intendere che hanno cose più importanti a cui pensare. Ci fanno intendere che siamo solo una scocciatura, che la nostra è una questione privata e privatamente deve essere risolta. Non ci arrendiamo, più volte torniamo a chiedere il loro aiuto, l’aiuto della Giustizia, dello Stato. Niente da fare, rimaniamo sempre più soli e, oltre che più deboli, magari anche più esposti alla vendetta dei denunziati.
Continuiamo a sopportare angherie di ogni genere, minacce, ricatti, “ci” sentiamo sempre più in balia dei nostri aguzzini. A nulla vale rivolgerci alle Istituzioni, scrivere ai giornali, … sempre di più siamo agghiacciati dalle reazioni: paura perché conosciamo bene le forze in gioco e assoluta indifferenza da parte di chi ci dovrebbe tutelare, in una parola: siamo soli.
A malincuore decidiamo di cedere un po’ al nemico, sperando, se non altro, di barattare la perdita con un futuro più sereno… Pura illusione! Cosa fa il malvagio quando capisce che ha davanti a sé uno più debole di lui? Se ne approfitta! Se è riuscito a ottenere x, facilmente potrà ottenere x+1 e, così, chiede x+2, fino a chiedere tutto quel che gli pare. Intuiamo che finiremo per essere annientati, spazzati via, ogni cosa che “ci” appartiene potrà esserci portata via, perfino la nostra stessa vita. Nessuno interverrà per difenderci, non sappiamo dove andare, la “nostra” terra è l’unica fonte di sussistenza e poi “noi” siamo figli di quella terra, siamo nati e cresciuti in quel luogo… Allora non “ci” sentiamo neanche più soltanto soli, ma disperati, come la gazzella davanti al leone affamato. “Ci” comportiamo proprio come un animale morituro: non capiamo più nulla, pensiamo solo alla sopravvivenza, tiriamo fuori tutte le energie che abbiamo, fino alla follia e così… sbagliamo e “ci” facciamo giustizia da soli una, due, tre, tante volte, per dare all’avversario un messaggio che “ci” sembra esemplare, in modo che lui, il suo branco – il suo clan – a sua volta, esiterà a vendicarsi secondo la propria versione di giustizia.
Ma possiamo parlare di giustizia? Impossibile. Dalla disperazione della follia non possono uscire cose umanamente buone, solo immenso dolore, atroci sofferenze, germi di future rappresaglie, nuovi giri di una spirale di violenza infinita.
E la colpa di chi è? Della terra che “fa nascere” assassini?         
O, piuttosto, di chi lascia con noncuranza nella solitudine e nell’angoscia le disperate richieste di aiuto di coloro i quali non vogliono, prima o poi, ritrovarsi a essere costretti, per pura difesa della propria sopravvivenza, a fare ad altri ciò che altrimenti verrebbe fatto a loro? 
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